Prima questione di geopolitica: la Russia è cattiva perché… russa!

di Uber Serra

 

1. Secondo lo schema geopolitico proposto dal geografo Alford John Mackinder in una celebre conferenza londinese davanti alla Royal Geographical Society la sera del 25 gennaio del 1904, l’insieme delle terre euroasiatiche (che costituiscono l’“isola del mondo” perché fisicamente compatte dall’Atlantico al Pacifico e dal Mar Glaciale Artico al deserto del Sahara) non è gerarchicamente uniforme, essendocene una porzione che rappresenta a suo dire il perno geografico della storia (come recita il sottotitolo della conferenza) ed il cui controllo politico potrebbe assicurare addirittura il governo del mondo. Su questa porzione di spazio euroasiatico, che Mackinder chiama Heartland ossia il “cuore della terra”, si incardinerebbero infatti le variabili di spazio geografico e di tempo storico che definiscono la nuova “scienza” della geopolitica. E siccome il “cuore della terra” è rappresentato dalla grande estensione delle steppe euroasiatiche che vanno dal fiume Don alla penisola di Kamciakta, esso finisce per coincidere di fatto con la Russia, così che (primo teorema geopolitico) chi la governa potrebbe essere in grado (il condizionale è d’obbligo) d’imporre la propria volontà al resto del pianeta.
Osservando il mappamondo, risulta però evidente che il “cuore della terra”, che non è facilmente aggredibile dalle altre potenze per l’enorme estensione territoriale (le sconfitte di Napoleone e di Hitler l’hanno storicamente dimostrato), è però stretto a nord dal Mar Glaciale Artico, a sud dalla continuità delle catene montane del Karakorum e dell’Himalaia e a sinistra e a destra dalle terre della cosiddetta “Mezzaluna interna” (poi ridenominata Rimland o “terra di confine” dal geografo americano Nicholas Spykman) che le impediscono quell’affaccio sui mari caldi (nell’ordine: l’oceano atlantico, il mediterraneo, il golfo persico, l’oceano indiano e l’oceano pacifico) che solo può consentirle di muoversi nel mondo per esercitare la propria supremazia. Per questo la Russia (secondo teorema geopolitico) ha sempre sentito l’esigenza, fin dai tempi inconsapevoli degli zar Pietro e Caterina, di traboccare su una di queste “terre di confine”, fosse l’Europa occidentale o i Balcani, il Caucaso o il Medio Oriente, la Persia o l’Afganistan, la Manciuria o la Corea.
Ma esistono, sul pianeta, pure altre terre al di là dello scontro geopolitico tra il “cuore della terra” e le “terre di confine”. Sono i paesi della “Mezzaluna esterna” che non hanno alcuna continuità fisica con l’Isola del mondo, come l’intero continente americano e l’Australia, l’Africa sub-sahariana separata dal deserto e la penisola indiana isolata dalla catena himalaiana. E ci sono anche due isolette che fronteggiano l’“isola del mondo”, una a sinistra e l’altra a destra, che sono la Gran Bretagna ed il Giappone e a cui Mackinder (ferocemente russofobico) assegna il grande compito strategico d’impedire che la Russia arrivi ad impadronirsi di una qualche “terra di confine”, con ciò salvando (terzo teorema geopolitico) la “libertà del mondo” dal dominio del “cuore della terra”. E qui poco importa che l’intera costruzione geopolitica sembri più ipotetica che reale se le diplomazie internazionali hanno finito (più o meno) per condividerla, comportandosi di conseguenza.
In effetti dal 1904 in poi, alla stregua di una bussola, la visione geopolitica di Mackinder ha finito per orientare la direzione della politica estera e delle decisioni militari non soltanto della Gran Bretagna. E come la Gran Bretagna, in combutta con la Francia, si è data da fare negli anni ‘20 ad escludere la Russia (che dopo la Grande Guerra era diventata addirittura sovietica) sia dall’Europa occidentale mediante un “cordone sanitario” di governi parafascisti che dal Medio Oriente con gli “stati vassalli” usciti dal collasso dell’impero ottomano, altrettanto in Asia il Giappone, che aveva già respinto la Russia dalla Corea con la guerra del 1904 (lo stesso anno della conferenza di Mackinder), ha poi contrastato la diffusione della “peste bolscevica” dapprima con l’occupazione della Manciuria e la costituzione dello “stato fantoccio” del Manciukuò (1932) e poi con l’invasione militare della Cina a partire dal 1937.
Eppure al termine della seconda guerra mondiale lo schema geopolitico precedente ha dovuto clamorosamente mutare di forma. E questo perché, se la Gran Bretagna era riuscita a piegare la “variabile impazzita” della Germania hitleriana che aveva inteso espellerla dall’Europa occidentale contrattando una tregua azzardata (fino al 1941) con l’Unione Sovietica, il Giappone imperiale ha dovuto essere domato addirittura con due bombe atomiche per aver tradito la vocazione geopolitica di respingere la Russia contrattando con Mosca una provvisoria neutralità pur di scacciare inglesi e americani dall’intera area del Pacifico. A questo punto però, non potendosi più contare sui due guardiani tradizionali della “libertà del mondo” (la Gran Bretagna perché stremata e il Giappone perché inaffidabile), chi avrebbe potuto impedire che l‘Unione Sovietica, uscita vittoriosa dalla sua Grande Guerra Patriottica, occupasse il vuoto geopolitico apertosi sulle “terre di confine” in Europa come in Medio ed Estremo Oriente? Davanti a tanta minaccia è stato il compito della nuova potenza planetaria (adesso anche atomica) degli Stati Uniti proclamarsi il nuovo “poliziotto del mondo libero”, contenendo la Russia in Europa dietro una “cortina di ferro” (sia pure dovendo subire la perdita della Polonia, dell’intera penisola balcanica e di mezza Germania) ed in Asia dietro una “cortina di bambù”, ma pagando il prezzo di una Cina diventata comunista e la spartizione a metà sia della Corea che del Vietnam (dove, in seguito, avrebbe perso anche l’altra metà). Come che sia, la Nato in occidente e la Seato ad oriente sono state le due alleanze “di mare” a guida americana che sono riuscite a contenere, per tutto l quarantennio della “guerra fredda” (1947-1989), la pressione espansionistica del “cuore della terra” sulle Rimlands euro-asiatiche.

2. Tutto cambia nuovamente con la caduta della “cortina di ferro” e la conseguente autodissoluzione dell’URSS (di cui bisognerà pure un giorno risalire alla “ragion vera” o no?). Sul fronte europeo alcuni politologi avevano subito azzardato che, svanita la minaccia ideologico-militare sovietica, fossero maturi i tempi per sciogliere la non più necessaria Alleanza Atlantica e che l’Europa, già in via di unificazione economica, potesse incominciare a lavorare diplomaticamente per una sua riunificazione politica “dall’Atlantico agli Urali” (come era stato il sogno del generale De Gaulle) che tuttavia, per la continuità geografica della Russia, sarebbe arrivata fino alla sponda del Pacifico: da Lisbona a Vladivostok. Pur considerando che l’Europa non era ancora definibile come un vero soggetto politico (non lo è tuttora), l’interdipendenza economica con la Russia godeva già di ottime prospettive, favorite da storia, cultura e geografia. Dopotutto fin dai tempi della “guerra fredda” si erano affermati interessi economici comuni di lungo periodo, come l’accordo “tubi contro gas” stipulato da Brandt e Breznev nel 1970 che doveva poi portare alla costruzione dei due gasdotti, il primo dalla Russia alla Germania bypassando la Polonia e il secondo fino all’Austria (con prosecuzione in Italia) sia pure attraverso l’Ucraina nel frattempo resasi indipendente da Mosca.
Eppure oggi le relazioni diplomatiche e militari fra l’Europa e la Russia sono seriamente peggiorate, per non dire compromesse. La causa di questo andamento è da attribuire alla “resurrezione” della politica aggressiva della Nato che, usando la “mediazione” dell’Unione Europea, ha approfittato della debolezza della Russia post-1989 per riportare sotto la propria influenza geopolitica gli ex-paesi “satelliti” dell’Europa dell’est. Se la “rivoluzione di velluto” era riuscita a separare con eleganza la Cechia dalla Slovacchia, il velluto è purtroppo mancato nella successiva suddivisione della Jugoslavia del dopo-Tito, che è precipitata in una sanguinosa contrapposizione di serbi filo-russi a sloveni e croati filo-tedeschi con in mezzo bosniaci e kosovari filo-“atlantici”. Spaccata comunque in mille pezzi la Jugoslavia, la Nato si è poi spinta in avanti fino ai confini politici della Federazione Russa, inglobando nell’alleanza la Polonia, le tre Repubbliche Baltiche, la Cechia, la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Slovenia, la Croazia e l’Albania. Un bel bottino, dunque, che ha ripristinato il “cordone sanitario” degli anni venti del secolo scorso.
Anche l’offensiva diplomatica “atlantica” in Ucraina non è riuscita bene quando nel 2014, dopo una prima “rivoluzione arancione” che non era durata, la sua ripetizione targata Obama-Hilary Clinton, facendo leva su forze ucraine filo-europeiste anche con venature filo-naziste, ha defenestrato il governo filo-russo pur eletto con votazione legittima (in presenza degli osservatori occidentali). Peraltro pesanti tentativi di pressione geopolitica con “rivoluzioni cosiddette colorate” erano già stati esercitati dagli Stati Uniti anche nel Caucaso e nel Medio Oriente, come la “rivoluzione delle rose” in Georgia, la “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan e un tentativo di “rivoluzione verde” addirittura in Iran. Ma in Ucraina, come già in Georgia nel 2008, la risposta politica della Russia di Putin è stata immediata sia con l’annessione pacifica della Crimea (dove peraltro staziona da sempre, a Sebastopoli, la flotta russa del Mar Nero) che col sostegno militare alla secessione della regione mineraria del Donbass.
Come reazione ai “soprusi” subiti ad opera di americani ed europei oggi in Russia si assiste al sensibile incremento di un nazionalismo patriottico sapientemente alimentato da Putin che, facendo leva su questo sentimento, ha rafforzato il suo potere e si appresta ad una ennesima conferma elettorale. Da parte loro, le dirigenze politiche anglo-americane ed europee, tramite il sistema dei media, stanno caldeggiando la costruzione di una vigorosa “narrazione” di Putin descritto come un nuovo zar mosso da un malcelato sogno di ricostruzione della Grande Russia. Negli Stati Uniti, e appena in misura minore in Europa, sta crescendo una russo-fobia che demonizza il premier di Mosca accusato di essere l’hacker intrusivo che sarebbe riuscito addirittura ad influenzare l’elezione di Trump alla Casa Bianca nel novembre 2016 (e far perdere a Renzi il referendum costituzionale del dicembre 2016).
Ma possiamo crederci? Siamo qui davanti ad un tentativo di delegittimazione politica senza esclusione di colpi: accuse, smentite, complotti, messe in scena ad hoc, il cui insieme indica tra l’altro l’alta temperatura raggiunta dalla lotta per il potere tra democratici e repubblicani all’interno degli Stati Uniti. Ma pure a livello internazionale le relazioni diplomatiche tra la Nato e la Russia risultano in preda ad una inquietante escalation politico-militare per certi versi simile a quella della “guerra fredda”. In realtà quanto sta lievitando è una sua riedizione “asimmetrica” (ibrida) perché combattuta non più soltanto con la corsa agli armamenti di vecchia data, ma pure con sanzioni economiche, destabilizzazioni finanziarie, attacchi informatici, accuse di violazione del diritto internazionale, complotti, sabotaggi, minacce, corruzioni, posizionamento di truppe ai confini, nonché guerre per procura come è avvenuto in Siria. Però ciò che interessa osservare è più importante della fenomenologia appena descritta, non essendoci alcun dubbio che siamo qui di fronte allo svelamento della natura del conflitto geopolitico che oppone il “mondo libero” al “cuore della terra” secondo le categorie originarie di Mackinder. E quand’anche nella disputa venissero ancora utilizzate motivazioni ideologiche da “guerra fredda”, esse sarebbero appena residuali e senza alcuna credibilità: Putin non è certamente un nuovo Stalin perché la Russia non è più l’URSS, eppure la Russia fa ancora paura perché, anche con tutta la democrazia che eventualmente si volesse dare, per la sua semplice collocazione geopolitica non può che rappresentare il “cuore della terra”, e quindi pericolosissima per il resto del mondo.