I romani distruggono il tempio di Gerusalemme – da Flavio Giuseppe, La guerra giudaica

antologia storica a cura di Adriano Simoncini

Giuseppe (Flavio Giuseppe quando ebbe la cittadinanza romana) nacque a Gerusalemme nel 381 da famiglia di alto rango sociale. Studiò il greco, e in greco è scritta La guerra giudaica, tradotta da una prima versione in aramaico. Ancora adolescente, praticò la Legge ebraica fino a ritirarsi per tre anni nel deserto a far vita di penitenza. Fu a Roma nel 64 e al ritorno trovò Gerusalemme in rivolta contro gli occupanti romani, rivolta che divenne guerra atroce e che portò alla distruzione della città. Da principio fu tra i capi della resistenza antiromana, poi fatto prigioniero – nell’occasione profetizzò Vespasiano prossimo imperatore – collaborò coi nemici, convinto che solo con la pace Gerusalemme si sarebbe salvata. Visse dunque di persona la “guerra giudaica” e ne scrisse con coinvolgente passione, tanto che l’opera – come Antiquitates Iudaicae che seguì – occupa un posto di rilievo nella storiografia del mondo classico.

La traduzione dal greco è di Giovanni Vitucci per le edizioni Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, VIII edizione 2001, La guerra giudaica . Dal secondo volume trascrivo alcuni brani (libro V p. 213 e 217, passim, libro VI pp.373-383 passim) che narrano la distruzione del tempio di Gerusalemme.

 

Delle porte, nove erano tutte coperte d’oro e d’argento, al pari degli stipiti e degli architravi, mentre una, quella fuori del santuario, era di bronzo di Corinto (…) La prima parte (all’interno inferiore del santuario) conteneva tre opere d’arte massimamente ammirate e famose fra tutti gli uomini, un candelabro, una tavola e un altare per gli incensi. Le sette fiamme, perché tale era il numero dei bracci del candelabro, rappresentavano i pianeti; i dodici panini sulla tavola simboleggiavano il cielo dello zodiaco e l’anno. L’altare degli incensi con i suoi tredici profumi ricavati dal mare e dalla terra, sia disabitata sia abitata, significava che tutte le cose sono del dio e fatte per il dio. La parte più interna (…) era ugualmente separata dall’esterno per mezzo di una tenda. In essa non c’era assolutamente nulla; inaccessibile, inviolabile, invisibile a chiunque, si chiamava il santo dei santi. (…) All’esterno del tempio non mancava nulla per impressionare né la mente né la vista; infatti, essendo ricoperto dappertutto di massicce piastre di oro, fin dal primo sorgere del sole era tutto un riflesso di bagliori, e a chi si sforzava di fissarlo faceva abbassare lo sguardo come per i raggi solari. (…)

Mentre il tempio bruciava, gli assalitori (i legionari romani) saccheggiavano qualunque cosa capitava e fecero un’immensa strage di tutti quelli che presero (…): bambini e vecchi, laici e sacerdoti, tutti indistintamente vennero massacrati (…) sia che chiedessero mercé sia che tentassero di resistere. Il fragore dell’incendio, che si estendeva in lungo e in largo, faceva eco ai lamenti dei caduti; l’altezza del colle e la grandezza dell’edificio in fiamme davano l’impressione che bruciasse l’intera città, e il frastuono era tale da non potersi immaginare nulla di più grande e di più terrificante. Da una parte il grido di guerra delle legioni romane che attaccavano in massa, dall’altro l’urlo dei ribelli (i giudei che si erano ribellati ai romani) presi in mezzo tra ferro e fuoco, mentre i popolani rimasti bloccati lassù in alto fuggendo sbigottiti incappavano nei nemici e perivano fra alte grida.

Ai clamori provenienti dall’alto si mescolavano quelli della massa degli abitanti della città, perché ora, alla vista del tempio in fiamme, molti che per lo sfinimento della fame avevano perduto la forza di parlare ripresero a gemere e a urlare (…) Ma più terribile del panico erano le sofferenze; pareva che la collina del tempio ribollisse dalle radici gonfia di fuoco in ogni parte, e che tuttavia il sangue fosse più copioso del fuoco e gli uccisi più numerosi dei loro uccisori. La terra era tutta ricoperta di cadaveri, e i soldati per inseguire i fuggiaschi dovevano calpestare mucchi di corpi. La massa dei ribelli riuscì a stento ad aprirsi un varco tra i romani sboccando nel piazzale esterno e di lì nella città, mentre i superstiti del popolo si rifugiarono sul portico esterno. Alcuni sacerdoti da principio si diedero a divellere dalla sommità del tempio gli spiedi con tutti loro sostegni fatti di piombo e li scagliarono contro i romani; poi visto che non concludevano niente e che le fiamme stavano per raggiungerli, si ritirarono sul muro che aveva la larghezza di 8 cubiti e vi rimasero. Due dei più insigni (…) pur potendo salvarsi passando dalla parte dei romani, oppure continuare a resistere dividendo la sorte degli altri, si gettarono nelle fiamme e finirono bruciati insieme col tempio.

I romani, considerando inutile risparmiare gli edifici circostanti ora che il tempio bruciava, appiccarono il fuoco a tutti e così anche ai resti del portici e alle porte (…) Incendiarono inoltre le stanze del tesoro in cui erano riposti un’infinità di denaro, diversi preziosi e altri oggetti di valore: in una parola tutta la ricchezza dei giudei, avendovi i signori trasferito tutto ciò che tenevano nella loro case. Arrivarono poi al portico superstite del piazzale esterno, su cui avevano cercato scampo donne e bambini del popolo e una massa confusa di seimila persone. Prima che Cesare (Tito) prendesse una deliberazione a loro riguardo o desse ordine ai comandanti, i soldati travolti dal furore incendiarono il portico, e quelli perirono, alcuni precipitandosi a terra per sfuggire alle fiamme, altri gremiti dal fuoco: di tanti nemmeno uno si salvò. A causare la loro morte fu un falso profeta che in quel giorno aveva proclamato agli abitanti della città che il dio comandava loro di salire al tempio per ricevere i segni della salvezza. E in verità allora istigati dai capi ribelli si aggiravano tra il popolo numerosi profeti che andavano predicando di aspettare l’aiuto del dio, e ciò per distogliere la gente dalla diserzione e per far coraggio (…)

Così il popolo fu allora abbindolato da ciarlatani e da falsi profeti, senza più badare né prestare fede ai segni manifesti che preannunciavano l’imminente rovina. Quasi fossero stati frastornati dal tuono e accecati negli occhi e nella mente, non compresero gli ammonimenti del dio, come quando sulla città apparvero un nastro a forma di spada e una cometa che durò un anno, e come quando prima che scoppiassero la ribellione e la guerra, essendosi il popolo radunato per la festa degli Azzimi nell’ottavo giorno del mese di Xanthico, all’ora nona della notte l’altare e il tempio furono circonfusi da un tale splendore che sembrava di essere in pieno giorno, e il fenomeno durò per mezz’ora: agli inesperti sembrò di buon augurio, ma dai sacri scribi fu subito interpretato in conformità di ciò che accade dopo. Durante la stessa festa, una vacca che un tale menava al sacrificio partorì un agnello in mezzo al sacro recinto; inoltre la porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d’un pezzo, all’ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola (…) Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; in realtà io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle sventure che seguirono. Prima che il sole tramontasse, si vide in cielo su tutta la regione carri di guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano la città. (…) Tutto ciò sta a dimostrare che gli uomini non possono sfuggire al loro destino nemmeno se lo prevedono. Così i giudei alcuni presagi interpretarono come a loro faceva piacere, altri non li considerarono, finché la rovina della patria e il loro sterminio non misero in chiaro la loro stoltezza.