Popoli ‘barbari’: i Germani – da Cesare, La guerra gallica, I, 19; VI, 21-25

antologia storica a cura di Adriano Simoncini

 

Di Caio Giulio Cesare (Roma, 100 – 44 a.C.) ho già detto qualcosa nel numero precedente presentando i costumi dei Galli e i loro sacerdoti, i Druidi. Trascrivo ora la descrizione che Cesare fa dei Germani, che i Romani conoscevano indirettamente per aver udito parlare del loro straordinario valore e delle loro dure abitudini di vita. Fino ad allora solo una volta l’esercito romano s’era scontrato con tribù germaniche migranti in cerca di terre migliori, i Cimbri e i Teutoni: il console Mario li sconfisse in una sanguinosa battaglia ad Aquae Sesxtiae / Campi Raudii, presso Vercelli, nel 101 a.C. I Germani diverranno una minaccia costante per Roma – già sotto Augusto le legioni di Varo, sorprese fra selve paurose, furono massacrate dai guerrieri di Ariovisto. Più tardi un altro grande storico, Tacito, scriverà una monografia sui Germani, a testimonianza del problema che quelle genti barbare (o intatte?) rappresentavano per un impero in decadenza, quasi un presagio della sua fine per mano loro. La traduzione, editore Zanichelli, è di Giuseppe Lipparini.

Ariovisto, potente capo dei Germani, invade il territorio dei Galli Sequani, alleati di Roma. Cesare non può consentirlo e si prepara ad affrontarlo con le sue legioni, ma per la prima volta i Romani temono il nemico. Ecco il racconto di Cesare.

Mentre Cesare sostava pochi giorni a Besançon per il grano e pei rifornimenti, le informazioni dei nostri e le dicerie dei Galli e dei mercanti, i quali vantavano i Germani, la loro grande corporatura, e l’incredibile loro valore e valentia nelle armi (più volte scontratisi con loro, dicevano i Galli di non averne neppure potuto sostenere l’aspetto e la fierezza degli sguardi), destarono di subito un tale panico in tutto l’esercito, che tutti i cuori e tutte le menti ne furono profondamente turbati.

Questa paura cominciò dai tribuni militari, dai prefetti e da tutti gli altri che avevano seguito Cesare da Roma per amicizia, senz’avere gran pratica di guerra. Taluni, con un qualche pretesto dicendosi costretti a partire, ne chiedevano licenza a Cesare; altri, vergognandosi di sembrare vili, rimanevano. Ma non potevano fingere gaiezza né, a tratti, tenere le lagrime; ritirati sotto le tende, o si lamentavano del loro fato, o insieme coi famigliari compassionavano il comune pericolo. Da per tutto nel campo si sigillavano testamenti. Queste paure e queste dicerie a poco a poco cominciavano a turbare anche coloro che avevano ben altra pratica della guerra, i soldati, i centurioni e i capi della cavalleria. Quelli che volevano sembrar meno paurosi, non dicevano di aver timore del nemico, ma delle vie anguste e delle selve profonde che erano fra loro e Ariovisto; oppure dicevano di temere per i viveri, che per tali luoghi non era facile trasportare. Qualcuno giunse perfino ad annunziare a Cesare che qualora avesse levato il campo e dato l’ordine della partenza, i soldati non gli avrebbero ubbidito, ricusandosi per paura di avanzare le insegne.

Ma chi erano in effetti i Germani, quali le loro abitudini e le loro credenze Cesare lo racconta in breve. I Germani hanno costumi molto diversi (dai Galli). Non hanno druidi a regolare il culto, e non si danno troppo pensiero dei sacrifici. Nel novero degli dei pongono soltanto quelli che vedono e dalla cui potenza sono apertamente favoriti: il Sole, Vulcano, la Luna; degli altri non sanno neppure il nome. Tutta la loro vita consiste nella caccia e nella milizia; fin da piccoli si addestrano alla fatica e alla vita dura. Quelli che più a lungo si serbano casti, sono i più stimati e lodati fra loro; ciò, essi pensano, aumenta la statura, rende più salde le forze e i nervi. Conoscer donna prima dei vent’anni è per loro una delle cose meno onorevoli. Ma è un affare di cui non fanno mistero, perché si bagnano promiscuamente nei fiumi, e si coprono di pelli e di corte pellicce, nudi gran parte del corpo.

Non hanno disposizione per l’agricoltura, e la maggior parte del loro vitto consiste in latte, cacio, carne. Nessuno possiede una determinata misura di terreno o una proprietà particolare; ma i magistrati e i capi ogni anno assegnano dove credono meglio, alle famiglie e alle parentele e a quanti s’uniscono in società, una certa quantità di terreno. Di quest’usanza elencano molte ragioni. Non si vuole che essi, assuefacendosi a una fissa dimora, sostituiscano con l’agricoltura l’amore per la guerra; che sian presi dalla brama di acquistar vaste terre e che così i più forti espellano i più umili dai loro possessi; che costruiscano case con troppe comodità contro il freddo e il caldo; non si vuole che ne sorga certa cupidigia di danaro, perché da essa nascono fazioni e discordie; si vuole infine che la plebe stia tranquilla al sentimento dell’eguaglianza, quando ognuno vede che i suoi mezzi sono pari a quelli dei più potenti.

La cosa più gloriosa per quella popolazione è avere attorno a sé il più ampio deserto possibile di terre devastate. Credono caratteristico del loro valore il vedere i vicini, espulsi dalle loro terre, starsene lontani, senza che alcuno osi stabilirsi là vicino; nel contempo, pensano con ciò di essere più sicuri, perché ne vien tolto il timore di incursioni improvvise. Quando una tribù fa guerra difensiva od offensiva, si sceglie magistrati che siano signori della guerra, con diritto di vita e di morte. In tempo di pace non v’è nessuna magistratura generale; i capi dei distretti e dei villaggi amministrano la giustizia fra i loro e ne appianano le controversie. I furti non recano infamia, se commessi fuori dei confini della tribù; anzi, essi affermano che si fanno per esercitare i giovani a combattere la pigrizia. E quando uno dei capi in concilio ha detto che vuole comandare una spedizione e che chi vuole seguirlo lo dica, s’alzano coloro che approvano la causa e il capo, e ne sono lodati dalla moltitudine. Ma se poi qualcuno di loro non lo segue, è considerato come disertore e traditore, e si rinunzia a prestargli ogni fede. Credono sacrilegio violare l’ospitalità; chiunque, per qualunque ragione, venga da loro, non gli fanno danno, lo ritengono sacro, gli spalancano tutti la casa e dividono la mensa con lui.

E infine un accenno alla famosa Selva Ercinia, pressoché sconosciuta ai Romani, ma non solo a loro, per la sua paurosa immensità. La Selva Ercinia si stende in larghezza per nove giorni di buon cammino. Non v’è altro sistema di computo, perché i Germani non conoscono le misure stradali. Comincia dai confini degli Elvezi, dei Nèmeti e de Raùraci, e in direzione parallela al Danubio giunge sino al confine dei Daci e degli Anarti. Di qui piega a sinistra allontanandosi dal fiume, e, vasta com’è, tocca le terre di molte genti. Nessuno v’è, nella Germania a noi conosciuta, il quale possa vantarsi di esser giunto alla sua estremità orientale, anche in sessanta giorni di cammino, o che sappia dove essa finisca. Si sa inoltre che vi sono molte specie di animali, mai viste altrove…