Il pianeta Marx finalmente nel cielo come un pianeta. Cronache marXZiane n. 21
di Giorgio Gattei
«Bada che non ti chiedo di testimoniare ciò che ritieni falso,
che sarebbe peccato, ma di testimoniare
falsamente ciò che credi vero –
il che è azione virtuosa perché supplisce alla
mancanza di prove su qualcosa che certamente
esiste o è accaduto»
(U. Eco, Baudolino, 2000)
1. Quindi ci sono i fatti, ma ci sono anche le rappresentazioni mentali che ci facciamo di quei fatti secondo una relazione che Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus (1921) ha ridotto a semplici assiomi: «1. Il mondo è tutto ciò che accade. 1.1. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose… 2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti… 3.1. L’immagine logica dei fatti è il pensiero», una successione dove la parola più intrigante nel finale è “logica”, dato che la rappresentazione mentale dei fatti, che sono sempre complicati e confusi, deve presentarsi sintetica, coerente e soprattutto astratta per mostrarsi efficace, come ad esempio la parola “cane” che, rispetto all’animale, non abbaia e non morde, sebbene possa far male se usata come insulto.
Se questo è il modo di rappresentarsi i fatti nella mente, l’analogia più plausibile è quella con le mappe geografiche, le quali sono utili, arrivando ad esempio in una città sconosciuta, per muovercisi dentro senza aggirarsi inutilmente. Eppure tutti sappiamo che le mappe sono ingannevoli dato che sono rappresentazioni approssimative e soprattutto ridotte (perfino la mirabolante mappa a scala 1:1 ordinata dall’imperatore in un celebre racconto di J.L. Borges, non poté far altro che sovrapporre una immagine cartacea bidimensionale ad un territorio tridimensionale, così che alla fine risultò tanto scomoda che «le generazioni successive, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che quella mappa enorme era inutile e non senza empietà l’abbandonarono alla inclemenza del sole e degli inverni» (J.L. Borges, Del rigore della scienza, in Storia generale della infamia, 1954).
Ma le mappe, oltre ad essere delle messe in piccolo (“miniature”), sono pure delle “caricature” perché distorcono consapevolmente gli elementi del reale, proprio come in quel «‘disegno caricato’ che dicesi anche da pittori e scultori di un modo tenuto da essi nel fare ritratti in quanto si può somiglianti al tutto alla persona ritratta, ma per gioco e talora per ischerno, aggravando o crescendo i difetti delle parti imitate sproporzionatamente, talmente che nel tutto appariscono essere essi e nelle parti sieno variati» (F. Baldinucci, Vocabolario toscano dell’arte del disegno, 1681) – e qui valga il caso delle mappe delle metropolitane cittadine che sono state ridotte, per la prima volta da Harry Beck nel 1931 per quella di Londra, a sole linee rette che si intersecano tra loro con angoli di 45 o 90 gradi e con le stazioni ciascuna alla medesima distanza dall’altra (così che la periferia sembra vicinissima al centro quando invece può esserne lontanissima), ma che pure risultano perfettamente funzionali allo scopo del viaggiatore sotterraneo al quale interessa soltanto sapere in che direzione si sta muovendo e a quale stazione deve scendere per cambiare linea oppure per risalire in superficie.
È per questo che le mappe geografiche, per quanto approssimative e distorcenti possano essere ci servono, eccome, per farci orientare nello spazio geografico che ci è dato, proprio come ci servono nella mente quelle rappresentazioni collettivamente condivise che disprezziamo chiamandole ideologie, quando invece esse ci orientano, sia pure solo illusoriamente, dentro la confusione del tempo storico in cui siamo inseriti, sollevando rivendicazione di verità o giustizia davanti a un mondo che ci si presenta come falso o ingiusto. Si consideri il caso della ideologia religiosa, che è stata l’esempio di tutte le ideologie storiche successive così che «la critica della religione è il presupposto d’ogni critica», come ha insegnato il giovane Marx, condannandola come «l’oppio dei popoli», dato che rinvia il riscatto degli ultimi in cielo, oppure altrove o a domani. Eppure, quella notissima definizione come prosegue? Chiamando la religione anche come «il sentimento di un mondo senza cuore» e come si potrebbe vivere senza almeno un “cuore surrogato”? Per questo la critica della religione «ha strappato dalla catena i fiori immaginari non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi, … affinché egli pensi, operi, configuri la sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e perciò intorno al suo sole reale» (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, 1844).
È per questo che Carlo Galli ha dovuto concludere una sua recente rassegna sulla Ideologia (2022) che, pure se essa è «come le onde del mare che, spinte da venti variabili e incostanti, smuovono appena la superfice e non scendono mai in profondità, purtuttavia contrastano la calma stagnante delle paludi e il mondo di ghiaccio dei poteri solidificati». Insomma, esse scuotono e smuovono perché, al di là delle illusioni, mettono in dubbio il presente e prefigurano il futuro, come nel caso anticipatore della rivendicazione protofemminista che Aristofane ha fatto risuonare sul palcoscenico di Atene nel quarto secolo a.C. (si consideri la data!) mettendo in bocca a Lisistrata, a margine dell’espediente comico di uno “sciopero sessuale” per far cessare la guerra con Sparta, che «quando le passere in un sol luogo s’annideranno e agli uccelli sapranno rinunciare, il sommo Giove, che alto tuona, il sotto porrà sopra’. ‘E allora noi staremo sopra?’» sarà il vagheggiamento utopico della corifea, la direttrice del coro delle donne!
2. Però di fronte alla decadenza delle ideologie cosiddette storiche (che in ordine cronologico di apparizione sono state religiose perché “ci ha creato Dio”, politiche perché “lo Stato ci protegge” e filosofiche perché “l’Idea ci illumina” (con le relative istituzioni di complemento delle Chiese, dei Governi e dei Partiti), dato che ormai risultano sempre meno credibili gli slogan di un tempo che “Dio lo vuole”, “lo Stato siamo noi” e “il Partito ha sempre ragione”, si apre nella coscienza collettiva un vuoto di pensiero che richiede di essere occupato con un’altra ideologia che però sia adeguata alla rappresentazione mentale di quel “fatto nuovo” del capitalismo in cui i lavoratori sono tutti (potenzialmente) liberi salariati e i prodotti del loro lavoro si presentano tutti (potenzialmente) sotto la forma di merci, come abbiamo argomentato nelle due ultime “Cronache marXZiane”.
È sorta così l’esigenza di procedere ad una “mappatura discorsiva” (che fosse miniatura e caricatura insieme) che riproducesse in forma ideale più o meno adeguata (“concreto di pensiero”, per dirla con Marx) quell’inedito “concreto di fatto” del “modo di produzione capitalistico” storicamente sopraggiunto nel XVI secolo, così che ne potessero essere orientati, sia pro che contro, i comportamenti singoli e collettivi. E a questa necessaria funzione ideologica si sono dedicati nei secoli a seguire tutti quei pensatori che hanno preso a descriverne le mille sfaccettature, fossero i maestri o i discepoli, gli esperti o i dilettanti, gli innovatori o i divulgatori, i critici anche più severi o gli apologeti anche più volgari, gli intelligenti o gli imbecilli (perché ci sono anche questi!), e tutti compresi e nessuno escluso, proprio come nella casistica dei funghi ci stanno i porcini (buoni da mangiare), le amanite (velenose da morire) ma pure quei funghi così stupidi che non merita nemmeno raccogliere.
Però una simile ideologia (ci mancherebbe altro che fosse una cosa!) avrebbe richiesto una denominazione apposita come aveva fatto Aristotele quando aveva coniato, ai tempi suoi, il termine di «crematistica» per indicare la maniera di arricchirsi tramite lo scambio delle merci con la moneta. Però adesso si sarebbe dovuto considerare pure lo scambio del denaro con il salario del libero lavoratore (al tempo di Aristotele a “lavorare per altri” provvedevano gli schiavi) e questa denominazione (che poi è stata generalmente accettata) è arrivata per caso nel 1613 quando Antoine de Montchrétien ha intitolato un suo testo (peraltro senza alcun altro pregio) Trattato di economia politica abbinando al sostantivo greco “economia” (oikos + nomos = regole di governo della casa) l’aggettivo “politico” (da polis = città), così da indicare fin da subito che quella nuova ideologia avrebbe avuto riguardo alle “regole di governo” sia della casa (economicamente: l’impresa) che della città (politicamente: lo Stato), e che quindi avrebbe trattato sia del privato che del pubblico, ossia del “micro” e del “macro” come poi i due campi sono stati chiamati. Ma non sarebbe occorsa anche una consacrazione accademica ufficiale? E questa è avvenuta con l’istituzione nel 1754 alla Università di Napoli (sic!) di una specifica cattedra d’insegnamento, sebbene sotto il nome equivoco di “Commercio e Meccanica”, affidata ad Antonio Genovesi per iniziativa del mecenate toscano Bartolomeo Intieri, che però impose anche la condizione che le lezioni si tenessero in lingua nazionale e non più in latino, dato che quella nuova ideologia avrebbe dovuta essere compresa da tutti e non soltanto dai “chierici”.
3. Ora non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l’economia politica, in quanto riflessione mentale del “fatto” del capitalismo, sia una ideologia, e addirittura la migliore possibile perché, a differenza di quelle storiche che hanno avuto per argomenti immagini evanescenti come Dio, lo Stato o l’Idea, qui era direttamente la maniera del produrre le cose necessarie alla vita che veniva messa in pensiero e siccome sappiamo (dovremmo sapere!) che «la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini», allora sono proprio le idee della economia politica a «non essere altro che l’espressione dei rapporti materiali dominanti presi come idee» (K. Marx e F. Engels, L’ideologia tedesca, 1847). Ma la miglior conferma che l’economia politica sia una ideologia ci viene dallo stesso inventore del termine, quell’Antoine L.C. Destutt de Tracy che nella Memoria sulla facoltà di pensare (1796) l’aveva immaginata come «la scienza delle idee» da portare «allo stesso grado di certezza di quello delle scienze matematiche». E a proposito della economia politica che ne aveva detto, lui che ne era così esperto? Nei monumentali Elementi di ideologia che aveva compilato tra il 1801 e il 1815, nel quinto volume Destutt de Tracy vi aveva compreso per l’appunto un Trattato di economia politica (ristampato autonomamente nel 1823) in cui l’economia politica era promossa a «utile scienza» perché pensa alla «maniera migliore d’impiegare le nostre facoltà sia fisiche che intellettuali per soddisfare i nostri bisogni», così che non a caso «noi diamo il nome di beni a tutte le cose che contribuiscono a farci del bene e ad aumentare il nostro benessere» ed è proprio questo che ci differenzia dagli animali che «sono incapaci di scomporre abbastanza le loro idee per generalizzarle, per astrarle e per esprimerle separatamente, in dettaglio, e sotto forma di una proposizione» (cfr. M. Ricciardi, L’ideologia come scienza politica del sociale, in “Scienza e Politica”, 2015). Eppure, questo «gelido dottrinario della borghesia» (così K. Marx nel Capitale) non era stato in grado di andar oltre il guadagno monetario nello scambio delle merci tra loro che giustificava perché «essi vendono tutto quello che producono più caro di quello che non sia loro costato produrlo. E a chi lo vendono? In primo luogo: gli uni agli altri», così trascurando il fatto capitalistico cruciale, pur da lui stesso riconosciuto come gli rimproverò David Ricardo nei suoi concorrenti Principi di economia politica, 1817), che «tutte le cose create che noi chiamiamo beni rappresentano solo il lavoro che le ha create e se hanno un valore possono trarlo solo dal lavoro dal quale promanano». Il che era giusto, ma perché non metterlo in evidenza? Ma perché proprio questa era la principale mistificazione della nuova ideologia qualora non si facesse “critica della economia politica”, e cioè di occultare lo scandalo del “luogo di origine” della maniera capitalistica del produrre che sta nello scambio del denaro D contro il salario W del libero lavoratore:
D = W
alla maniera della “mossa di apertura” nel gioco degli scacchi da cui tutto il resto della partita consegue fino allo “scacco matto”.
4. Ora quale mai è stata la sorpresa quando quello spazio predisposto per riempirsi della ideologia della “economia politica”, che si era formato nella mente collettiva con l’avvento del “fatto” del capitalismo, è andato letteralmente fuori di testa per materializzarsi nel cielo come un pianeta fatto e finito, con tanto di territorio e popolazione, che attendeva soltanto di essere osservato e descritto! E di quando quella apparizione celeste sia avvenuta abbiamo testimonianza diretta nelle memorie del medico di bordo Lemuel Gulliver che, naufragato nel 1707 su di un’isola dell’Oceano Pacifico, vide un giorno oscurarsi la luce del sole per il passaggio per aria di «un ampio corpo opaco che sembrava stesse all’altezza di due miglia e che tenne nascosto il sole per sette o otto minuti» (J. Swift, I viaggi di Gulliver, 1726) e in copertina di questa Cronaca ho postato proprio una immagine d’epoca di questo eccezionale “incontro ravvicinato”. Gulliver aveva chiamato quella «isola volante» Laputa («ma di cui non ho mai potuto sapere la vera etimologia»), mentre in queste Cronache è stata ribattezzata “pianeta Marx” dandole il nome di chi più di tutti l’ha dettagliata nell’Ottocento, alla maniera di quel continente d’oltre Atlantico, scoperto da Cristoforo Colombo, che ha preso il nome dal successivo navigatore Amerigo Vespucci perché più ne aveva divulgato l’esistenza con l’opuscolo di grande successo Il mondo Nuovo (1503). Però va precisato che su quell’isola volante Gulliver non c’è mai salito (sebbene racconti di esservi stato tirato su dai suoi abitanti «con un sedile legato a una catena») come ho potuto apprendere dai diretti interessati, così che tutto quello che ne ha detto è sua invenzione romanzesca (del resto come dar credito a chi ha preteso di aver vissuto presso i nanerottoli del paese di Lilliput?). Una sua sola osservazione è risultata giusta e cioè che, mentre Gulliver si sbracciava per richiamare l’attenzione di quegli abitanti celesti, «uno di essi mi rivolse la parola in un idioma chiaro, gentile, dolce, che suonava quasi come l’italiano e in italiano, appunto, risposi, sperando che almeno la cadenza sarebbe tornata gradita al suo orecchio». E infatti su quel pianeta si parla una lingua affine all’italiano, il che ha molto facilitato nel comunicare con loro dapprima Sraffa quando, approfittando della raggiunta tecnologia dei voli spaziali ci è volato fisicamente sopra, e poi io stesso come ho potuto verificare nel 1968 dopo che vi sono stato trascinato sopra dalla astronave marXZiana “la Grundrisse”.
Ma con quello spazio ideologico della economia politica fattosi pianeta davanti agli occhi, lo si è potuto osservare con tutta la “calma astronomica” del caso, così che a più di 300 anni dalla sua comparsa nel cielo della mente esso non è più una “Terra incognita”, come nelle carte geografiche di una volta, e nemmeno quel “Pianeta proibito” di un celebre film di fantascienza del 1956. Infatti, ormai ne possediamo una mappatura accurata (anche se non esaustiva) scandita nei tre capolavori (uno per secolo) della Ricchezza delle stelle (1776) di Adam Smith, che è stato il primo a descriverlo scientificamente osservandolo “a vista”, e poi nei tre volumi del Capitale nello spazio dell’astronomo critico Karl Marx che l’ha osservato minuziosamente al telescopio (ma il primo volume, peraltro l’unico da lui personalmente pubblicato e di cui ho trovato la copia originale che è stata letta a Parigi da Sigismond Bush nel 1867: «ho vegliato tutta la notte per leggere questo libro che ho ricevuto ieri… Ah, che libro! Dieci anni della vita del mio maestro, Karl Marx, lo studio che ci prometteva da tanto tempo sul capitale… Ecco la nostra Bibbia, ora, eccola qui!» (E. Zola, Il denaro, 1891) recava il titolo completo, in omaggio agli “scarafaggi” a venire, di Das Kapital in the Sky with Diamonds. Infine è venuto il resoconto Viaggio di merce per merce (1960) del cosmonauta (non astronauta per chi ne sa cogliere la differenza) Piero Sraffa, che ci è volato fisicamente sopra approfittando della raggiunta tecnologia missilistica e l’ha percorso in lungo e in largo e che, se pur quel resoconto si presenta striminzito e reticente, adesso può essere integrato con le note e gli appunti lasciati alla sua morte e che finalmente sono disponibili in rete nei benemeriti Sraffa papers (http://sraffaarchive.org).
Per ultimo ci sono finito personalmente sopra anche io perché rapito dai marXZiani della astronave “la Grundrisse” che era scesa sulla terra nel 1968, e da quel momento ho preso a ripercorrerlo seguendo le tracce dell’itinerario di Sraffa dandone conto in queste mie “Cronache marXZiane”. E adesso dove sono giunto? Partito dalla caldera vulcanica dove ribolle incessantemente il “lavoro vivo” che muove il pianeta, ho scalato la montagna del Neovalore-lavoro, ho attraversato la palude della sua trasformazione in Prezzi di produzione utilizzando le stampelle del “sistema tipo” abbandonate da Sraffa lungo il percorso, e sono approdato infine a quella periferia estrema del pianeta su cui regna Saggio Massimo del profitto dato che non vi si pagano salari e che gioca sul pianeta Marx il ruolo favoloso di quel regno del Prete Gianni «all’Oriente dell’Oriente proprio là dove finisce la terra e comincia l’Oceano» che nel medioevo ha attirato tanti viaggiatori, compreso quel bugiardo matricolato di Baudolino del romanzo omonimo di Umberto Eco (Baudolino, 2000). Ma perché il regno estremo di Saggio Massimo è così cruciale? Marx, che pure per primo se lo è immaginato, l’ha introdotto così, replicando ad una osservazione di John Stuart Mill che, se si potesse avere lavoro senza pagarlo, i salari sarebbero superflui: «ma se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero comperare a nessun prezzo, così che la gratuità dell’operaio è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, benché sempre più approssimabile, essendo tendenza costante del capitale di abbassare gli operai fino a quanto punto nichilistico». Ed è da questo punto di osservazione “nichilistico” che devo ricapitolare il cammino planetario percorso per immaginare il destino di quel pianeta Marx non si muove soltanto ad ogni accumulazione (rotazione) su se stesso cambiando sia di dimensione che di composizione, ma si dirige pure nello spazio della mente verso una fine che sarà il suo fine, quello per cui è sorto nella mente collettiva e che ostinatamente ci costringe ad immaginare nel “concreto di pensiero” come riflesso del “fatto” del capitalismo.
