La mala educación della Repubblica
di Anna Russo
Nell’identità profonda della Francia convive un’antica contraddizione. Da un lato il Paese si presenta come il santuario della libertà d’espressione e del pensiero critico: è la patria di Foucault e Deleuze, della dottrina Mitterrand che accolse i militanti della sinistra radicale italiana, di un cinema d’autore capace di denunciare le fratture sociali, da Godard a Kassovitz (La haine) e Kechiche (L’Esquive). Dall’altro, questo patrimonio coesiste con un apparato statale autoritario e sordo, segnato dal divario mai ricucito tra gli ideali del 1789 e l’ossessione del controllo sociale.
La letteratura dell’Ottocento ha descritto con precisione questo corto circuito. Balzac, in Illusioni perdute, mostra come la Parigi della Restaurazione schiacci le aspirazioni dei giovani sotto il cinismo economico. Flaubert, ne L’educazione sentimentale, ambienta la vicenda sullo sfondo del 1848 e del colpo di Stato del 1851 che soffocò la Seconda Repubblica: l’idealista socialista Sénécal finisce per indossare l’uniforme del poliziotto e uccidere un vecchio compagno. L’ardore democratico può convertirsi in dogma autoritario con sconcertante facilità. Hugo, ne I miserabili, contrappone l’umanità degli insorti all’ordine cieco dell’ispettore Javert; Zola, con il suo J’accuse…!, smaschera l’ottusità militarista delle istituzioni durante l’affare Dreyfus.
Nel Novecento la logica disciplinare mostra una spaventosa continuità. Il regime collaborazionista di Vichy cancellò il celebre motto repubblicano «Liberté, Égalité, Fraternité», sostituendolo con la triade reazionaria «Travail, Famille, Patrie». Il 17 ottobre 1961, sotto la direzione del prefetto Maurice Papon, la polizia represse nel sangue una manifestazione pacifica di algerini, gettandone i corpi nella Senna. Per decenni la versione ufficiale ammise appena poche vittime; gli storici ne stimano da alcune decine a oltre duecento, e solo nel 2021 il presidente Macron ha riconosciuto la gravità imperdonabile di quei crimini. Sette anni dopo quel massacro, la Francia celebrava il Maggio ’68 e la retorica delle barricate: la gioventù ribelle assunta a mito nazionale, la violenza di Stato consegnata all’oblio.
Da allora lo schema si ripete: i giovani sono celebrati nel mito, ma gestiti come una minaccia nella realtà. Nel 2005 le rivolte di Clichy-sous-Bois condussero allo stato d’emergenza. Nel 2006 la mobilitazione contro il contratto di primo impiego (CPE) costrinse il governo al ritiro dopo settimane di scontri. Tra il 2018 e il 2019 le proteste dei gilets jaunes furono segnate dall’uso massiccio di LBD e granate, provocando mutilazioni criticate a livello internazionale. Nel 2023 la riforma delle pensioni imposta con l’articolo 49.3 e l’uccisione del diciassettenne Nahel a Nanterre hanno riaperto la ferita. Ogni volta la risposta dello Stato e dei governi non è stata l’ascolto, ma un contenimento muscolare e sistematicamente duro.
Il corto circuito contemporaneo nasce qui. Come si convive con questa eredità quando il potere appare svuotato di sostanza? Thomas Piketty ha documentato la crescita delle disuguaglianze e il deficit delle istituzioni europee nelle decisioni economiche: una cornice in cui le nuove generazioni avvertono che le scelte decisive si compiono altrove. Emmanuel Todd, ne La sconfitta dell’Occidente (2024), descrive le élite occidentali come oligarchie liberali segnate dal nichilismo e distanti dalla società. Quando la risposta alle piazze studentesche si riduce a lacrimogeni, granate e lanciatori di proiettili, la retorica ufficiale crolla di fronte alle pratiche di governo. Le parole sulla libertà rischiano di ridursi a un paravento, mentre la repressione rivela il riaffiorare di una logica di Stato che non ha mai fatto i conti con le proprie ombre.
In questo contesto si mobilita la Generazione Z. La protesta, nata il 21 settembre nelle periferie parigine e diffusasi in diverse città, vede i liceali denunciare aule fatiscenti, carenza di docenti, precarietà e temperature insostenibili negli edifici scolastici.
Ma chi sono davvero questi ragazzi? Come psicologa e come adulta, è un interrogativo che impone una profonda riflessione, soprattutto oggi, in un momento storico dominato da un disorientamento generale, da un clima politico cupo e dalla costante minaccia di scenari di guerra che generano angoscia sul futuro. Non siamo di fronte a una massa informe, ma a una generazione cosmopolita, fluida e interconnessa, dotata di spiccato senso critico ma schiacciata in un orizzonte politico blindato e privo di certezze.
La loro mobilitazione valica la semplice contingenza e pone interrogativi ineludibili sulla nostra convivenza civile:
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La salvaguardia dei beni comuni. Di fronte al degrado della scuola pubblica, la piazza tenta di tutelare il lascito e le conquiste sociali delle generazioni precedenti.
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Il rifiuto della precarietà. Contro l’idea che l’incertezza sia un destino inevitabile, i giovani chiedono una rottura con il passato.
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Una chiamata alla responsabilità collettiva. La protesta evidenzia come la rassegnazione al governo delle élite comporti l’estinzione della partecipazione civile. Ciò non significa ignorare gli episodi di tensione nei presidi, ma raccogliere il senso profondo di questa sollecitazione.
Il primo grave strappo si consuma proprio a danno della scuola, trattata dallo Stato come una mera voce di spesa. Per l’anno scolastico in corso sono stati stabiliti 3.256 tagli di posti di insegnante (dopo un annuncio iniziale di 4.032), giustificati con il calo demografico. Il valore del punto d’indice è bloccato dal luglio 2023 e, secondo i dati del Senato, lo stipendio dei docenti della primaria equivale al 74% di quello di chi possiede una formazione analoga, contro l’83% della media OCSE.
Da psicologa, ravviso in questo scenario un’evidente forma di lesione agita sia nei confronti dell’istituzione scuola sia della popolazione giovanile. Pur raccontando il film di Pedro Almodóvar una storia diversa, trovo che il suo titolo, La mala educación, sia un’espressione straordinariamente appropriata da prendere in prestito come metafora per spiegare questa dinamica.
Questa sopraffazione si nutre infatti di una profonda ipocrisia: le istituzioni proclamano la centralità dell’istruzione, ma nei fatti privano la scuola delle risorse essenziali e della dignità che le spetta. È una vera e propria dinamica abusante che toglie ossigeno alla funzione educativa: svaluta la comunità scolastica, delegittimandone il ruolo, e penalizza i ragazzi nel momento stesso in cui chiedono di essere ascoltati. Il segnale che lo Stato invia ai propri giovani è distruttivo: il vostro futuro non è una priorità.
Questa rottura è apparsa lampante davanti ai portoni dei licei e nei quartieri popolari. A Saint-Denis, davanti al liceo Paul Éluard, e a Montreuil, amministratori locali e deputati sono scesi in strada per fare da scudo ai ragazzi. L’immagine simbolo è quella del sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, che il 6 ottobre, nel corteo parigino, si è interposto tra la polizia e i ragazzi per proteggere i minori e rivendicare la legittimità della protesta, ed è finito egli stesso investito dai lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine. Un gesto che dimostra la nascita di un’alleanza concreta sul territorio, ma anche la cieca determinazione di un apparato governativo che non risparmia neppure gli eletti pur di soffocare la piazza.
Per i giovani, le conseguenze psicologiche di questo scontro rispondono al concetto di tradimento istituzionale. Di fronte al divario tra i valori proclamati e la brutalità della piazza, nei ragazzi si deposita una profonda sfiducia verso chi detiene il potere.
I numeri e gli episodi documentati nelle ultime settimane delineano un quadro allarmante:
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I dati sui fermi. Al 5 ottobre, su 5.060 persone poste in garde à vue, ben 4.406 erano minorenni (l’87%). Sia l’imponente numero di fermi sia l’uso dei presidi antisommossa contro i licei pongono seri dubbi di compatibilità con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, che impone di considerare la privazione della libertà dei minori esclusivamente come extrema ratio.
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Gli episodi di violenza grave. Le cronache e le inchieste giudiziarie (comprese quelle dell’IGPN) riportano la doppia frattura della mascella per un quattordicenne colpito al volto da un tiro di lanciagranate a Saint-Ouen-l’Aumône, lesioni oculari gravi a Tours, denunce di strangolamento durante il fermo ad Alençon e la mutilazione della mano di un quindicenne a Lens per l’esplosione di una granata davanti a un blocco scolastico.
Di fronte a questa escalation, l’opposizione in Assemblea Nazionale, il Syndicat de la Magistrature, Amnesty International e la Ligue des droits de l’Homme (LDH) sono intervenuti con durezza, segnalando il rischio di una deriva sproporzionata e autoritaria nei confronti di minorenni incensurati.
Dal punto di vista clinico ed evolutivo, la costruzione dell’identità adolescenziale passa inevitabilmente attraverso il confronto e il conflitto con l’autorità. La contestazione delle norme e la tensione con le istituzioni non sono patologie da reprimere o da addomesticare con un semplice appello al dialogo, ma passaggi fisiologici e necessari per la differenziazione generazionale e per la nascita di un pensiero autonomo. L’istituzione ha il dovere di reggere questo urto: deve saper incarnare un limite saldo, dialettico e simbolico, capace di accogliere lo scontro senza distruggerne gli attori.
Quando invece il governo risponde a questo fisiologico attrito con le cariche, i lacrimogeni e la repressione di massa, fa collassare la propria funzione pedagogica e statale. La forza cieca non stabilisce un confine educativo, ma agisce una sopraffazione fisica che annienta il soggetto. Si genera così una grave frattura psicologica e la dinamica del doppio legame: da un lato la scuola e la società chiedono ai giovani di sviluppare senso critico, partecipazione e maturità civile; dall’altro, quando questa maturità si traduce in dissenso e presenza nelle piazze, l’esecutivo risponde trattandoli come una minaccia all’ordine pubblico da neutralizzare con le armi antisommossa. La lezione implicita che la Repubblica sta impartendo a questa generazione non è il rispetto delle regole, ma la logica della sopraffazione.
Quando un governo risponde alle richieste di dignità, di risorse e di futuro esclusivamente attraverso la forza pubblica, non sta esercitando la propria autorità: sta semplicemente certificando il proprio fallimento politico e pedagogico. Trattare la protesta giovanile come una pura minaccia all’ordine pubblico significa ammettere che l’esecutivo non ha più risposte civili da offrire, se non la coercizione. Se la risposta delle élite europee e statali continuerà a essere la forza, il silenzio e la prepotenza sui giovani, l’abisso tra governanti e governati diventerà incolmabile.
Ma è proprio contro questa deriva autoritaria che si sta saldando un’alleanza profonda, concreta e intergenerazionale. Ben arrivata, Generazione Z. Benvenuta, tu che hai intrecciato la fragilità dell’adolescenza con la forza del pensiero critico, smascherando la finzione di un potere che pretenderebbe di amministrare il mondo senza ascoltarne la vita. Finché ci saranno giovani, insegnanti, operai, organizzazioni sindacali, eletti locali e società civile disposti a difendere insieme quello spazio di parola e di resistenza, l’omologazione autoritaria non avrà vinto.
Perché citiamo i riferimenti normativi: una ragione di fondo
Citiamo questi punti di diritto internazionale ed europeo per una ragione ben precisa: dimostrare che la tutela dei minori e la gestione della protesta non sono concessioni benevole del potere né opinioni di parte, ma obblighi giuridici precisi che lo Stato stesso si è impegnato a rispettare. Quando l’azione delle forze dell’ordine e dei governi travalica questi confini, non siamo soltanto di fronte a una scelta politica discutibile o a una rigidità istituzionale: assistiamo a una vera e propria violazione delle carte costituzionali e internazionali che costituiscono il fondamento della nostra convivenza civile.
1. Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (New York, 1989)
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Art. 3, par. 1: in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.
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Art. 12, parr. 1-2: diritto del minore capace di discernimento di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo riguarda e di essere ascoltato in ogni procedimento giudiziario o amministrativo.
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Art. 15, par. 1: riconoscimento dei diritti del fanciullo alla libertà di associazione e alla libertà di riunione pacifica.
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Art. 37, lett. a) e b): divieto di sottoporre il fanciullo a torture, pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti; obbligo di disporre l’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo solo in conformità alla legge, unicamente come misura di ultima istanza (extrema ratio) e per la durata minima necessaria.
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2. Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (Nizza, 2000 – 2012/C 326/02)
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Art. 24, parr. 1-2 (Diritti del bambino): i bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere; possono esprimere liberamente la propria opinione, che viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità; in tutti gli atti relativi ai bambini, l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente.
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3. Direttiva (UE) 2016/800 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2016
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Garanzie procedurali per i minori indagati o imputati nei procedimenti penali: sancisce il diritto all’assistenza legale tempestiva, all’informazione sui diritti, all’intervento dei titolari della responsabilità genitoriale e stabilisce rigorose limitazioni alla privazione della libertà personale, imponendo soluzioni alternative alla detenzione cautelare.
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4. Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU, Roma, 1950)
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Art. 3 (Divieto della tortura): nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.
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Art. 11 (Libertà di riunione e di associazione): diritto alla libertà di riunione pacifica e di associazione; le uniche restrizioni ammesse sono quelle previste dalla legge e necessarie in una società democratica, con il rispetto rigoroso del principio di proporzionalità e adeguatezza nell’uso della forza da parte degli apparati di pubblica sicurezza.
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