Colpi di scena in Laguna*
di Valerio Romitelli
Sarà anche in declino, per cause ambientali, per troppo turismo, per spopolamento dei residenti, per un sindaco inadeguato e così via, ma non certo per la cronaca in genere e tanto meno per quella artistica, dove invece si impone specie in questi mesi come capitale del mondo. Sì la Venezia della 61 Biennale si può ben dire trionfi a pieno titolo come sede di meraviglie artistiche in questo lugubre pianeta ancora una volta preda dell’orrore di genocidi, pulizie etniche e di un tanto poco spiegabile quanto più irrefrenabile desiderio di guerra proliferante ad ogni latitudine. Persino nella già oramai da quasi ottant’anni pacificata Europa, memore – invano pare – del duplice cataclisma a suo tempo generato con l’innesco di ben due conflitti mondiali! è dunque da tale sbieco che qui si farà qualche cenno su quattro padiglioni particolarmente significativi a riguardo: Russia, Ucraina, Stati Uniti e Israele, trascurando l’Iran solo per l’ovvia ragione della sua va da sé più che giustificata assenza, in ragione per l’appunto della “furia”quanto mai ostentatamente aggressiva e devastante scatenatesi contro questo paese dimostratosi oltre ogni attesa resiliente.
Che dire dunque dell’ininterrotto party, musica elettronica a palla, vodka e gin tonic a fiumi per una calca assetata e insistente, con creazioni floreali tutto intorno del padiglione russo almeno nei primissimi giorni di apertura? Lo si dovrà deprecare come reazione troppo frivola a tutte le controversie e le polemiche che hanno preceduto? Così parrà certamente a chi trova giustificate queste tormentate vicende, ma non a chi vi ha visto null’altro che goffe e indecorose contorsioni. Ossia segni di una volontà già militarizzata di rifiutare l’evidenza per cui giusta o sbagliata che sia una guerra sua alternativa non la si può trovare se non mantenendo aperto – sia pure per tramite di suoni e alcool stordenti – lo scambio culturale: una tesi questa che era già dello stesso Freud, nel 1933 interpellato da Einstein a riguardo. La sola nota stonata del festino “putiniano” per chi scrive non può quindi essere che sia durato così poco. La sorpresa che la sua provocazione ha suscitato vorremmo continuasse. È una sorpresa che ci dice quanto la pace possa anche essere un fatto semplice, di pura sottrazione al dannato incalzare della pulsione di morte. Merito va dunque riconosciuto al presidente della Fondazione della Biennale Arte Pietrangelo Buttafuoco che nelle polemiche col Ministro Giuli e tutto l’opportunistico entourage del governo Meloni ha saputo difendere il difendibile per non abbandonarsi al vento guerrafondaio spirante fino anche nel nostro paese, nonostante la propensione pacifista ivi prevalente. Resta la curiosità sul quanto in tutto ciò abbia o meno contato la dichiarata conversione all’islam dello stesso Buttafuoco, da sempre militante di destra e anche romanziere di qualche successo.
Quasi all’opposto estetico del padiglione russo si è presentato invece quello statunitense, silenzioso, austero, anzi si potrebbe dire quasi ingessato, e scarsamente frequentato, eppure anch’esso preceduto da lunghe polemiche e da una gestazione tanto travagliata quanto protrattasi addirittura quasi fuori tempo massimo. Tutti problemi questi neanche degnati dalla curiosità del pubblico che vengono attribuiti ad una maldestra e tardiva intrusione di fedelissimi trumpiani. Sarebbe a loro che si dovrebbe infatti, sia l’esclusione del candidato già prescelto, sia la sua sostituzione con un altro ritenuto più rappresentativo dei “valori americani”. Trattasi del poco noto anche negli stessi Stati Uniti, Alma Allen la cui mostra, Call Me The Breeze è curata da discusse figure quali quelle di Jeffrey Uslip e Jenni Parido. Ma a parte le svariate chiacchiere che li riguardano, il guaio è che a proposito della sostanza del tutto si fa fatica a non concordare con l’allergico commento di Hakim Bishara. A stare infatti alle sue parole, il padiglione americano così allestito “non dice nulla, non fa nulla, non significa nulla e non porta da nessuna parte”(https://hyperallergic.com/a-whole-lot-of-nothing-at-the-us-pavilion): se par poco! Call Me The Breeze, il cui titolo riprende quello di una di per sé ben poco esaltante canzone del 1974 dei Lynyrd Skynyrd, garantiti rapsodi del sogno americano, non dovrebbe comunque far pensare a qualcosa di leggiadro e rinfrescante? Ebbene ecco invece che sotto questo titolo ci si trova innanzi a quasi monumentali quanto figurativamente incerte sculture in legno, bronzo e pietra, i cui pregi – volendogliene proprio riconoscere qualcuno – potrebbero emergere giusto come ostentazioni del sofisticato arredamento di un ricco attivista MAGA. Tant’è che vanto rivendicato di uno di questi pezzi esposti è, ad esempio, di essere realizzato con la stessa pietra con cui è edificato il Lincoln Memorial di Washington D. C. Un titolo di pregio, questo, evidentemente di incerto riscontro al di fuori di una cerchia orgogliosamente WASP. Ad attirarsi poi impietose ironie è del resto un’altra scultura la quale, come scrive causticamente il già citato Bishara, non si capisce se alluda ad un mucchio di spaghetti o alla figura di un agnello.
Un clamoroso flop dunque, quello del padiglione americano, in altri anni comunque capace di suscitare sensazioni e discussioni di portata meno trascurabile. Fin troppo facile vedervi una metafora in campo artistico delle gaffe, persino belliche, cui ci ha abituato il disastrato quanto temibile seguito dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Toni decisamente tragici non si possono poi non usare a proposito del padiglione israeliano, come se, a prescindere dalle intenzioni dell’autore in mostra, Rose of Nothingness (questo titolo dell’opera principale presentata) fosse stata condannata a esprimere la cupezza dell’orrore in corso in tutte le terre criminalmente occupate e aggredite dall’IDF. Ciò che ci viene mostrato da Belu-Simion Fainaru, artista ebreo di origine rumena, consiste in una ampia vasca rettangolare allestita in uno spazio in penombra e piena di un liquido nero, il tutto sovrastato da una struttura di stretti tubi da irrorazione agricola programmati per sgocciolare per lassi tempo determinati all’interno della stessa vasca, creandovi un sistema geometricamente ordinato di piccoli schizzi. “Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte” il verso che si ripete nella famosa poesia di Paul Celan Fuga di morte degli anni Quaranta è riferimento esplicitamente rivendicato nella presentazione. Dunque il commento si potrebbe limitare a rendere conto di un’ennesima rievocazione artistica del genocidio dell’olocausto? O vi si può vedere anche dell’altro? Come alluso più sopra è quest’ultima l’opzione qui ritenuta più appropriata. Quindi: no, in questione qui non è il già tante volte e oramai invano udito e letto: “per non dimenticare!”. Il pathos dell’opera di Belu-Simion Fainaru è infatti troppo intensamente sinistro per non farci sprofondare nell’oggi. Nell’altro genocidio, quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, e nel quale parte del popolo israeliano non è più vittima, ma incredibilmente carnefice, ferocissimo e quanto mai spietato, scrupolosamente sistematico, carnefice. Ecco è proprio questa maledizione, che ricorda proprio quelle delle tragedie greche antiche e di cui mai avremmo immaginato di essere testimoni, per di più inerti, ciò che è al cuore di Rose of Nothingness. Un’ebrea, Anna Foa, lo ha scritto e descritto a perfezione cosa si sta consumando nel tentativo quanto mai perverso di sterminare per sempre ogni palestinese e restaurare ciò che viene immaginato quale il mitico regno di Davide: il suicidio di Israele[1]. È di questo che intenzionalmente o meno Belu-Simion Fainaru ci parla.
Tanto meno allora si giustificano le proteste contro l’apertura del padiglione che lo ospita. Anche qui l’arte può fungere da riscatto del peggio.
Veniamo all’Ucraina infine, nazione aggredita per antonomasia nel nostro tempo. A questo punto aggredita anche dal suo stesso governo e dai suoi alleati, che lo spronano alla più accanita caccia dei giovani renitenti alla leva, alla repressione di ogni altro partito che non sia appunto quello di governo, ad un indebitamento mai più risolvibile di qui all’eternità, alla persecuzione fino anche della lingua più utilizzata assieme all’ucraino, a sprofondare nel più esteso commercio illegale di armi su scala mondiale e così via. Data tutta questa massa di sofferenze inferte al popolo ucraino si comprende come la sua rappresentanza alla biennale si sia ridotta ad una pura e semplice testimonianza, che suona come una richiesta di conforto e di rifugio lontano dalla guerra e da tutte le sue conseguenze. Protagonista dell’evento è una scultura raffigurante un cervo in cemento di circa tre metri e mezzo in altezza e lunghezza, ma dalla foggia simulante un origami in carta edificata nel 2019 da Žanna Kadyrova per un parco pubblico a Pokrovsk della regione del Dontesk su un sito un tempo occupato da un velivolo sovietico smantellato, già destinato a trasportare armi nucleari. Fatto sta che nel 2024 all’avvicinarsi del fronte dell’invasione russa tale scultura è stata caricata su un camion e allontanata al di fuori della stessa Ucraina. Il viaggio poi durato più di 3000 km, dopo avere attraversato più nazioni europee, sostando a Varsavia, Vienna, Praga, Berlino, Bruxelles e Parigi offrendosi alla visione di queste svariate città si è infine concluso a Venezia dove è ora esposto all’interno dei Giardini facenti parte degli spazi della Biennale arte, mentre all’Arsenale una struttura circolare fatta di schermi permette di osservare tutte le fasi del viaggio. Ksenia Malykh e Leonid Marushchak curano l’insieme della mostra. Non manca per altro il supporto del Ministero della Cultura dell’Ucraina, dell’UNESCO e altre organizzazioni.
La durezza del cemento, materiale emblematico del brutalismo in stile sovietico, con cui la scultura è fatta, combinata alla fragilità della carta cui alludono le fattezze della stessa scultura, per altro raffigurante un animale elegante e sfuggente come un cervo, si aggiunga l’avventura del viaggio di trasporto per sottrarsi all’invasione, i consensi riscossi in tutte le città attraversate, ed ecco che l’insieme si presta ad offrire qualsiasi suggestione delicata, commovente o scandalizzata. Non può tuttavia non restare qualche dubbio sulla profondità delle conseguenti riflessioni in materia di arte e politica internazionale.
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* Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista on line Juliet Contemporary Art Magazine.
[1] Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, Roma/Bari, 2024: “La risposta al gesto terroristico di Hamas con la guerra di Gaza rischia (…) di essere un vero e proprio suicidio per Israele”
